domenica 15 luglio 2018

XV DOMENICA T.O. - ANNO B -


Am 7,12-15  Ef 1,3-14       Mc 6,7-13   

OMELIA

Gesù questa mattina convocandoci attorno a sé ci dà il compito di comunicare ai fratelli le meraviglie del suo amore. Chiunque sia discepolo di Gesù deve regalare la bellezza di Gesù ad ogni uomo perché i doni di Dio si comprendono quando si regalano.

Nel momento in cui “regaliamo” agli uomini il mistero di Gesù noi conosciamo maggiormente Gesù. Accostandoci alla Parola di questa mattina tuttavia nasce una domanda di fondo: ma noi sappiamo chi sia Gesù? Se la missione è regalare il volto del Maestro, ecco, noi dobbiamo imparare a conoscere sempre più Gesù. Ed ecco perché abbiamo ascoltato l'apostolo Paolo che ha delineato i tre grandi aspetti della personalità del Maestro perché, quanto noi più conosciamo Gesù, tanto più riusciamo a regalare Gesù, e Gesù ci appare in tre coordinate che, nell’inno, sono molto chiare. Innanzitutto tutta l'umanità è stata creata in Gesù Cristo, in Gesù l'uomo ritrova se stesso perché il Padre ha dato alla luce l'umanità che avrebbe realizzato la sua vera identità nell'accoglienza di Gesù.

Gesù è vero uomo perché in lui ogni uomo ritrovi veramente se stesso.

La bellezza del credere in Gesù nasce da un'intensa passione per la sua umanità e poiché l'uomo è nel cammino storico debole, fragile, povero, ecco che Paolo ci dice che Gesù ci ha rifatti, ci ha perdonati, ha ricreato la nostra umanità anzi, la nostra umanità si è arricchita di un amore ancora più grande perché la bellezza di conoscere Gesù è riscoprire sempre più la gioia di essere creature rinnovate. E tutto questo nel mistero della comunità cristiana in cammino, dove - a contatto con la parola del Maestro - e a contatto con la sua presenza, noi possiamo crescere ogni giorno nella speranza. Credere in Gesù è sostanzialmente ritrovare, oggi, mentre siamo in cammino, il nucleo fondamentale della nostra esistenza.

Non possiamo regalare agli uomini Gesù se noi, giorno per giorno, non ne conosciamo esistenzialmente il mistero in modo che la missione è il traboccare di una pienezza della conoscenza di Gesù che è dentro di noi. Nella vita come discepoli non possiamo non proclamare: “Gesù!” attraverso l'atteggiamento più profondo della nostra persona.

Ma Gesù nell'inviare i discepoli chiede a loro la scelta della povertà e nasce in noi la domanda: qual è il senso di questa ingiunzione che Gesù dà ai discepoli mentre li invia a regalare il suo mistero all'umanità? Quando noi sentiamo parola “povertà” siamo facilmente catturati dalla povertà delle cose, ma se noi entriamo nel mistero evangelico la povertà è il coraggio quotidiano di amare i propri limiti per fare apparire solo il volto di Gesù. La vera povertà non è di tipo economico, ma la vera povertà è uno stile di vita dove noi, affascinati dalla persona di Gesù, eliminiamo ciò che non è Gesù facendo sì che la nostra esistenza, in tutti i suoi limiti, sia trasparenza solo di Gesù.

Infatti tante volte noi pensiamo che la missione sia fare chissà che cosa in una interminabile programmazione o in impegni apostolici infiniti.

Papa Benedetto ha un'immagine molto forte in un suo documento, quando afferma: una Chiesa che dimentichi il volto vivente del Risorto, dedicandosi a tante cose esteriori, lentamente, diventa atea.

La bellezza della povertà è che non dobbiamo manipolare niente, è la gioia di essere persone limitate in cui Dio è meraviglioso e, in queste meraviglie del Signore, regalare Gesù!

La povertà è la libertà di dire Gesù, solo Gesù e regalare solo Gesù!

In questo, Gesù, è stato molto chiaro nei confronti dei discepoli: se veramente - dice Gesù - io sono la vita della vostra vita, dovete dire solo la mia vita, il mio mistero! La missione è il traboccare di una pienezza interiore, per cui la nostra esistenza diventa segno, vivo e palpitante, dell'azione di Gesù in noi. La missione non è fare tante cose, è incarnare nella semplicità quotidiana una presenza eccezionale che ci ha talmente conquistati da essere il criterio fondante della nostra esistenza.

E il risultato di questa missione lo dice molto bene l'evangelista Marco nella conclusione del Vangelo: guarire l'uomo, dove la parola “guarigione” ha un senso molto ampio. Guarire l'uomo è dire all'uomo la grandezza della sua umanità redenta e salvata, è dire all'uomo la speranza che nasce da Gesù, dire all'uomo che in Gesù c'è il vero modello della vita.

Tante volte noi ci poniamo la domanda: ma cosa vuol dire essere uomini? E Gesù ci dice: “Guardate il mio volto, accogliete la mia persona, abbiate un'intensa purezza di cuore attraverso la quale io compio meraviglie nella vostra vita e allora vi troverete veramente uomini”.

La missione perciò che Gesù dà ai discepoli è molto semplice: dire ad ogni creatura che accogliere Gesù è accoglierlo in loro, nella propria umanità, con i propri limiti, con le proprie povertà, con le proprie paure, con le proprie incertezze, ma in Gesù c'è la speranza, e la novità della vita, è avere in noi la speranza di costruire lentamente nel mistero di Gesù la nostra umanità.

Quando noi potremmo dire di essere veramente uomini? Quando il Cristo sarà tutto in ciascuno di noi. Gesù è il vero uomo!

E allora in questa eucaristia chiediamo proprio allo Spirito Santo questa capacità di amare Gesù, di accoglierlo per poterlo regalare. Dicevo all'inizio che la bellezza di un dono è quando lo regaliamo, quando lo condividiamo, quando la parola del suo mistero diventa l'anima della nostra anima e in Lui ritroviamo il senso della vita. Nel momento in cui ci accosteremo i divini misteri, in quel pane e in quel vino, noi godremo la bellezza di diventare più uomini perché il vero uomo, Gesù, penetra dentro di noi, rifà la nostra esistenza e ci dice: cammina!

E allora la missione diventa veramente esaltante perché è nient'altro che comunicare ai fratelli, in una semplice condivisione, la bellezza della nostra identità.

Tale sia il cammino che vogliamo insieme percorrere in questa settimana in modo che gustando Gesù gustiamo l'essere uomini, gustiamo la vera fraternità con chi ci sta accanto per dire che, in Gesù, è apparsa la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.




-

domenica 8 luglio 2018

XIV DOMENICA T.O. - ANNO B -


Ez 2,2-5         2Cor 12,7-10           Mc 6,1-6      

OMELIA

L'evangelista Marco lentamente ci introduce nell'esperienza della fede e ci pone dinanzi a una reazione di Gesù che ritraduce la sua sensibilità davanti all'esperienza rifiutata dai suoi concittadini: e si meravigliava della loro incredulità. Ma perché Gesù ha questo sentimento davanti all'atteggiamento di rifiuto dei suoi concittadini? Se entriamo nel cuore di Gesù, ci accorgiamo che il mistero della sua venuta nella storia era quello di insegnare all'uomo la gioia d'essere uomo. La fede non è una sovrapposizione alla nostra realtà umana. Accogliere Gesù nella fede, dare ospitalità alla sua persona, vivere in sintonia con lui è realizzare la nostra umanità. In certo qual modo appare la sofferenza di Gesù il quale incontra l'uomo e questi davanti a Gesù rinuncia a essere se stesso. Se l'uomo, come uomo, ha già la vocazione alla fede poiché l'uomo non può vivere se non di fiducia in una reciprocità fraterna, nell'ordine della pienezza della vita Gesù è colui che per eccellenza aiuta l'uomo a essere uomo. Non sono le pratiche religiose che rendono fedeli i cristiani, ma diventiamo credenti spalancando la nostra persona al mistero di Gesù. La bellezza della fede è maturare giorno per giorno nella nostra umanità. Se tale verità non si realizzasse ci ritroveremmo veramente poveri. Allora come mai l'uomo di oggi, seguendo l'esperienza dei contemporanei del Maestro, non lo hanno accolto? Credo che il motivo di fondo che appare nel testo evangelico è che quegli uomini non hanno fatto quel salto di qualità che è essenziale alla fede. Erano sì stupiti della sapienza di Gesù, ma erano bloccati da quello che appariva loro: era un loro contemporaneo. La bellezza della fede è entrare in qualcosa che è al di là di ciò che appare, è la scelta dell'Invisibile come criterio di vita. L'uomo ha difficoltà nella fede perché non fa questo salto di qualità. L'uomo, quando lo analizziamo veramente, è una persona che vive di qualcosa che non vede, ma che è il criterio della sua vita. Se guardiamo attentamente l'uomo ci potremmo porre la domanda: l'uomo quante volte ha visto l'amicizia camminare per strada? Quante volte l'uomo ha visto l'amore che lo ha seguito passo passo?

Mai, nessuno!

Eppure queste realtà che non vediamo è il criterio della vita. L'uomo riesce a costruire se stesso quando riesce ad abbeverarsi ai grossi ideali della sua storia e questi ideali sono nient'altro che il linguaggio di un uomo che vive dell'Invisibile per poter porre con coraggio azioni visibili. L'uomo, se lo guardiamo da questa semplice angolatura, ha la vocazione a credere, a vivere di Invisibile. I concittadini di Gesù non vivevano di questo Invisibile.

L'elemento che ulteriormente rattrista Gesù è che questo avvenimento ha avuto luogo nella sinagoga. Se notiamo cosa fosse la sinagoga, essa era il luogo in cui i pii ebrei si radunavano perché nel mistero della gloria di Dio ne ascoltavano la parola. Il libro della Legge era nel tabernacolo della sinagoga perché era segno di questa esperienza di Dio che avvolgeva il popolo e, attraverso le scritture, lo educava a vivere il mistero dell'alleanza quindi, in un luogo in cui si respirava l'Invisibile, erano drogati dal visibile. Ecco allora la tristezza di Gesù: l'uomo ha paura nel dargli ospitalità, a vivere dell'Invisibile. Questa verità che cogliamo nel testo evangelico è una realtà che oggi percepiamo. L'uomo correndo sempre non vive più grandi ideali che lo facciano respirare. E’ la bellezza di accedere a qualcosa di grande che è molto più profondo di ciò che è produttivo, respirare l'Infinito, ma soprattutto perché tante persone, pur praticando, non sono mai state credenti. La bellezza di ritrovarci questa mattina è respirare l'Infinito, è respirare un invisibile che sacramentalmente è visibile. La bellezza di Gesù in mezzo a noi è di chi vive di Gesù che gli dà ogni giorno quella ospitalità interiore che è speranza, coraggio, la luce nelle drammaticità del quotidiano. Chi vive di Invisibile riesce a sognare concretamente e a camminare nonostante gli interrogativi della vita. Ecco perché Gesù si meraviglia. Essi hanno la possibilità di costruire il mistero della loro persona attraverso l'accoglienza della sua persona vivente e si rifiutano di fare questo salto di qualità. L'uomo è grande perché ha grandi ideali e quando questi grandi ideali della vita vengono meno l'uomo sostanzialmente cade nel buio del concreto. È interessante andare alla scuola dell'antico testamento e ritrovare questa grande verità: quando gli israeliti hanno incominciato a diventare sordi davanti alle meraviglie che Dio aveva compiuto nell'esodo e a non vedere la fecondità di riflesso, hanno aumentato il numero dei loro riti, delle loro leggi, cadendo nel culto della norma che è culto della schiavitù.

Credo che Gesù questa mattina voglia aiutarci alla bellezza della nostra umanità attraverso il gusto dell'Invisibile per poter veramente volare al di là delle pesantezze storiche, in una vita che è più profonda di quella che tocchiamo, vediamo e concretamente vogliamo realizzare.

Tale sia il mistero che vogliamo vivere e condividere nell'eucaristia. Amiamo l'Invisibile, amiamo quel Dio, e nel nostro cuore diamogli sempre ospitalità in modo da avere quella speranza che il mondo non conosce. Nelle nostre povertà facciamo nostro il grande linguaggio dell'apostolo Paolo, il quale ha detto in modo veramente favoloso quando sono debole è allora che sono forte.

Nella debolezza della nostra umanità apriamoci, volgiamo lo sguardo verso l'alto, come ha detto il salmo responsoriale, viviamo di quest'Invisibile e allora la vita diventa diversa. È l'eucaristia: l'Invisibile in un pane e in un vino. Godiamo di quest'Invisibile che ci dia forza e coraggio per poter camminare nella serenità dello spirito e avere così il cuore sempre contento.




-

domenica 1 luglio 2018

XIII DOMENICA T.O. - ANNO B -


Sap 1,13-15; 2,23-24        2Cor 8,7.9.13-15    Mc 5,21-43 

OMELIA

Gesù nel cammino della nostra vita desidera che incarniamo, in ogni frammento della nostra storia, la grandezza e le meraviglie del suo amore.

La bellezza della scelta di fede non ci toglie o ci allontana dalla storia ma, la bellezza della fede è legata intrinsecamente alla vita, alla vita concreta nella quale noi costruiamo la vita che non ha confini.

La parola che il Maestro questa mattina ci regala vuol essere un aiuto per fare un salto di qualità: amare la vita che è Gesù per gustare la vita nel cammino quotidiano. Infatti, se ci apriamo alla parola che Gesù questa mattina ci sta regalando, intuiamo come Gesù sia innamorato della vita. E’ la bellezza del testo sapienziale ascoltato: Gesù è innamorato della vita perché amico degli uomini.

Guardare a Gesù, entrare nella sua luce è gustare la vita. La vita è una comunione nella quale pregustiamo la gloria del cielo. L'uomo può veramente entrare nel mistero della vita perché Gesù è entrato nella nostra storia. Lo ha detto molto bene l'apostolo Paolo da ricco che era, si è fatto povero per noi perché noi partecipassimo alla sua ricchezza, entrassimo nella vita. In questo il cristiano è profezia di qualcosa veramente grande poiché la bellezza del cristiano è vivere nel tempo l'amore alla vita che è la comunione con Cristo Gesù. Davanti a questo meraviglioso orizzonte l’uomo, cosciente dei suoi limiti e della sua povertà diventa una grande supplica, la supplica di Giàiro, la supplica di quella donna.

Ma cosa è la supplica, quale è l'elemento che qualifica questo atteggiamento dell'uomo davanti al mistero della vita che è travagliata dalla malattia e dalla morte?

Il volto di Gesù è ancora il principio della supplica, è il Cristo che opera nel cuore, sia di Giàiro, che in quella donna. Quei due ammalati sono affascinati dalla figura di Gesù. È l'inizio del vero mistero della fede! Profondamente consapevoli di questa grandezza che è Gesù, la supplica è la traduzione gestuale e orale di questa profonda consapevolezza: il Signore in noi sta operando meraviglie e ci dice "Grida la tua povertà!" Gesù non compie miracoli semplicemente guarendo o facendo risorgere; Gesù ama la libertà dell'uomo. Gesù è la vita ma questa vita passa attraverso la responsabilità dell'uomo il quale, nella supplica, dice: "Solo tu Signore, sei la fonte della vita".

La supplica si ritraduce fondamentalmente nella coscienza di un limite che non schiaccia l'uomo, un limite che si apre alla speranza e diventa il linguaggio che dà senso al cammino quotidiano. Davanti alla supplica il primo atteggiamento di Gesù: la guarigione della donna che desidera toccare il mantello di Gesù.

In questo atteggiamento della donna che desidera toccare il mantello del Maestro scopriamo la vita sacramentale della Chiesa. Cosa sono i sacramenti della Chiesa se non professione di fede che diventano gesti, atti di amore al Signore che diventa linguaggio? E’ la consapevolezza dell'uomo che non può vivere senza la persona di Gesù. È quella favolosa relazione che dovremmo sempre scoprire nel cammino della vita: dalla fede scaturisce la supplica, la supplica diventa gesto, il gesto diventa miracolo, ogni sacramento è un miracolo di Gesù. Tante volte abbiamo ridotto questa bellezza della relazione con Gesù con il criterio: vado ad acquisire la grazia e questa dà un'idea di produttività economica. La bellezza è la relazione di un Gesù che ha conquistato l'uomo e che l'uomo nella sua povertà regala, attraverso la supplica, la povertà della sua vita per essere rifatto dalla relazione ricreatrice di Dio perché l'uomo possa essere veramente rifatto. Ogni sacramento, nel senso più ampio del termine, è niente altro che il quotidiano miracolo di Gesù. Nei sacramenti non riceviamo qualcosa, ma stabiliamo una relazione che ricrea la nostra identità. Ogni sacramento guarisce l'uomo nel suo corpo e nel suo spirito: è la persona ricreata! Ecco perché è bello credere perché è dire: Padre, in Gesù Cristo colloco tutta la mia povertà! E la povertà diventa ricchezza di Dio. Questa ricchezza è l'inizio di una eternità beata.

Se guardiamo attentamente il miracolo della resurrezione della figlia di Giàiro ritraduce fondamentalmente il senso stesso della vita. Da notare alcuni particolari del racconto che Marco ci offre: la bambina ha 12 anni, che è la pienezza della vita. Il numero 12 vuol dire pienezza e la pienezza della vita quella fanciulla la accoglie attraverso un gesto, Gesù che le prende la mano. Guardiamo Gesù, Gesù come è risorto? Guardando attentamente le narrazioni evangeliche Gesù è risorto perché il Padre lo ha preso per mano e lo ha alzato. Quella resurrezione era la pienezza della vita: i 12 anni. Per cui se poniamo nel cammino della nostra esistenza questa profonda fede nel mistero di Gesù, nel tempo veniamo guariti e al termine della vita risorgiamo, Gesù è amante della vita.

Quale visione noi accoglieremo da questa narrazione che la parola di Dio ci ha offerto? La bellezza della vita non è fare tante cose, ma stabilire un rapporto tra un fascino che illumina e infiamma il cuore, e un cuore che, infiammato, nella supplica, pone la gestualità della propria povertà nelle mani del Signore che diventa la guarigione della nostra persona nel regime sacramentale e diventa resurrezione al momento della nostra morte. Il cristiano, in Gesù, è innamorato della vita perché Gesù è amico degli uomini. Sono le belle affermazioni che Papa Benedetto pose nell'omelia del conclave quando affermò la bellezza della fede e l'amicizia con Gesù. Quando l'uomo entra in autentica amicizia è rifatto nel tempo e gusta la pienezza di vita dell'eternità beata. Ecco il sacramento che stiamo celebrando!

Siamo qui questa mattina se non perché siamo innamorati della vita - pur nelle tribolazioni, negli imprevisti, negli interrogativi e diciamo anche delle malattie che non si riescono a risolvere - e poniamo la nostra vita nelle mani di Gesù. Nel fascino di Gesù, a lui regaliamo la nostra povertà ed Egli nel pane e nel vino ci guarisce. In certo qual modo, quando ci accostiamo alla comunione siamo come quella donna che tocca il mantello del Maestro e il Maestro nel suo corpo nel suo sangue fa passare in noi quell'energia che fa nuova la nostra storia e ci dice: "Sii in attesa di quella pienezza di gloria, quando io farò quello che il Padre ha fatto per me, ti prenderò per mano quando morirai e ti introdurrò nella gloria che non ha confini". Questa sia la speranza che vogliamo portarci a casa questa mattina perché possiamo veramente dire che in Gesù amiamo la vita, con Gesù guariamo la vita perché camminando per Gesù, in Gesù, saremo nell'eternità beata.




-