DOMENICA 30 MARZO 2025
Gs 5,9a.10-12 2Cor 5,17-2 Lc 15,1-3.11-32
OMELIA
Se il cammino quaresimale ha come
centro la persona di Gesù, oggi la nostra attenzione viene portata più in alto:
la riscoperta della paternità di Dio.
Infatti se guardiamo attentamente la
parabola che Gesù questa mattina ci offre, il grande protagonista è il padre,
il padre che ama la libertà del figlio, il padre che è nel cuore del figlio che
vuole ritornare, il padre che ha la pazienza nei confronti del figlio più
grande.
La bellezza della Quaresima è
ritrovare la grandezza di Dio Padre e questo lo cogliamo partendo da un rito
che la Chiesa antica ha sviluppato ai suoi tempi e che, in ultima analisi, è
uno degli aspetti belli della Quaresima: ritrovare la paternità di Dio. Infatti
uno dei gesti che ha caratterizzato la Chiesa antica era insegnare, a coloro
che venivano battezzati, il Padre Nostro che essi avrebbero poi recitato nella
notte di Pasqua dopo essere stati battezzati, perché il cristiano vive in atto
la paternità di Dio.
E questo vorremmo cercare di
approfondirlo attraverso tre passaggi:
- il padre ama
la libertà dell'uomo,
- il padre è
presente nel cuore del figlio,
- il padre vive
la pazienza nei confronti del figlio più grande.
Infatti una delle cose belle della
tradizione antica è che a metà Quaresima il vescovo dava la formula del Padre
Nostro a tutti quelli che venivano battezzati perché la bellezza del battesimo
è il gusto della paternità di Dio. Infatti Dio è Padre innanzitutto perché ama
la libertà dell'uomo.
Uno degli interrogativi che tante
volte appaiono nel nostro vissuto è chiederci dove sia Dio davanti ai drammi
della storia e la risposta è molto semplice: il padre ama la libertà del
figlio. Nel momento in cui Dio crea l'uomo e lo rende suo figlio “facciamo l'uomo a nostra immagine e
somiglianza” in quel momento le caratteristiche del Padre diventano le
caratteristiche del Figlio, il padre regala al figlio la sua libertà. È un
criterio questo che deve accompagnarci nella nostra vita. La gioia del cammino
quotidiano è che Dio è nella nostra vita, ci ama e continuamente ci rende
partecipe della sua identità: la gioia dell'essere figli nel mistero della libertà
di Dio.
E questa libertà è così profonda nel
cuore dell'uomo che l'uomo, davanti alle difficoltà della vita, ritrova il
sogno di ritornare dal padre. Il travaglio che noi vediamo nel figlio minore è
il travaglio dello Spirito Santo che in noi continuamente ci rende partecipi
della bellezza della paternità Divina. Dio non ci abbandona mai, egli è
presente nel nostro cuore, continuamente ci suggerisce pensieri di novità di
vita e ci restituisce la bellezza della comunione con sé. Ritornerò
da mio padre e il padre gli va incontro con tanta gioia, con quella
bellezza della convivialità che è l'espressione di questa gratuità del padre
nei confronti della creatura umana.
Uno degli aspetti che noi dovremmo
ritrovare nella nostra fede è vedere Dio, quel padre che è talmente innamorato
di ciascuno di noi da operare profondamente nel nostro cuore! Non solo ci
regala la sua libertà, ma è attivo nella nostra persona, è quel senso della
paternità divina che continuamente ci attira e ci guida. Non per niente nella
tradizione più antica della Chiesa, la preghiera del Padre Nostro, era un
Sacramento. Recitare tale preghiera era rivivere i sentimenti del padre perché
l'uomo possa veramente camminare in novità di vita. È la bellezza della nostra
storia. Ecco perché Agostino diceva in modo luminoso “ogni volta che recitiamo
in semplicità il Padre Nostro stiamo vivendo un Sacramento”.
Non avete mai pensato che fin dal
tempo di San Gregorio Magno il Padre Nostro ha fatto parte della Liturgia
eucaristica? Perché la gioia della paternità di Dio ci porta a cogliere quel
pane e quel vino nella gioia del nostro cuore: è la bellezza del mistero di
questa paternità di Dio, la quale fa dell'uomo quel capolavoro che è il suo perdono.
L’atteggiamento del padre è l'atteggiamento che ci qualifica continuamente
quando ritorniamo a lui e, davanti alle nostre resistenze e ai nostri modi di
pensare, il padre sa aspettare. Infatti la parabola, di per sé non si conclude,
perché noi stiamo aspettando la reazione del figlio più grande, perché la
parabola è aperta a ciascuno di noi, ognuno di noi è aspettato dal padre per
gustare la gioia di una fraternità ricomposta. Ecco perché la Chiesa attraverso
questa parabola ci fa intuire una grossa verità: Dio è padre, Dio è innamorato
dell'uomo, Dio è pazienza continua nei confronti dell'umana creatura, Dio è
talmente innamorato dell'uomo che la sua presenza nella nostra storia è fiducia,
coraggio e speranza.
Ecco perché allora il cristiano alla
luce di questa parabola ha la gioia di dire: Padre nostro che sei nei cieli! Continuamente
prendere coscienza di questa gioia del Padre del fare di noi i suoi capolavori…
Se noi imparassimo questo stile di vita la nostra esistenza sarebbe sempre
nella speranza, gusteremmo il dono di Dio Padre e la nostra storia sarebbe
continuamente una storia rigenerata.
Impariamo a dire “Padre nostro”
lentamente, anche nella Celebrazione eucaristica, per gustare la soavità di
questo rapporto con Dio che è la speranza del nostro cuore.
Viviamo questo mistero, Dio è Padre, noi
siamo suoi figli e in lui siamo dei capolavori in atto in cui egli, il Padre,
rivela le grandezze della sua gratuità inesauribile. Gustiamo questa novità nel
nostro cuore, ritroviamo sempre tanta fiducia e, nel momento della nostra morte,
con Cristo Gesù godremo della luminosità del volto del Padre in una gioia che
non conoscerà confini perché, nella paternità di Dio, a cui siamo veramente
nuovi, siamo nella gioia e gustiamo quell'incontro Divino che riempirà di gioia
e di gaudio tutta la nostra eternità beata.
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