12 giugno 2016

XI DOMENICA T.O. - Anno C -

2Sam 12,7-10.13              Gal 2,16.19-21                   Lc 7,36-8,3
OMELIA
Cristo presente in mezzo a noi rinnova continuamente la nostra esistenza perché, come giustamente ha detto l'apostolo Paolo, "non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me".

L'uomo è la vivente novità di Dio: è il grande mistero che il cristiano sperimenta continuamente e gli offre la speranza al di là delle situazioni storiche. Questa novità oggi passa attraverso il mistero del perdono.

L'evangelista Luca ci dà una successione di fatti che ci permettono di comprendere che la bellezza del perdono è gustare l'armonia di essere luminosamente abitati dal Cristo. Il Signore, quando si accosta all'uomo, ha come criterio fondamentale di rifare interiormente l'uomo.

Entriamo nella struttura di questa donna di cui parla il Vangelo cogliendo il mistero di perdono di cui Gesù l'ha arricchita. Il primo passaggio è che quella donna è stata conquistata da Gesù. Non è la donna che va da Gesù, è Gesù che ha conquistato quella donna, l'ha affascinata con la sua persona; Gesù è entrato nella storia degli uomini perché ci lasciamo attirare a lui. L'attrazione a lui è il valore fondamentale.

Il perdono non nasce dalla coscienza dei nostri peccati, il perdono nasce da questa attrazione affascinante del volto di Gesù. È una cosa, questa, molto difficile per l'uomo contemporaneo perché abituato a ben altri criteri. Spesso abbiamo una concezione abbastanza zoppicante del ministero del perdono: vado a dire i peccati e sono perdonato. Che visione povera!

La bellezza della vita è il fascino di Gesù.

Avete notato che quella donna non ha enumerato nessun peccato; quella donna è entrata nell'esperienza di Gesù che è diventato il criterio della sua vita, vivere di Gesù era il senso della sua vita. Noi qualche volta abbiamo una mentalità poco credente e poco evangelica: vado a dire i peccati, ricevo l’ assoluzione. Non è uno scambio commerciale? "Dò perché tu mi dia".

Quella donna è stata conquistata da Gesù; se non percepissimo tale verità non riusciremo comprendere il suo atteggiamento. Infatti, se guardiamo attentamente il brano ascoltato, quella donna non pronuncia nessuna parola, quella donna è tutta gestualità e, questa gestualità, è niente altro che la riconoscenza della donna che si regala totalmente a Gesù perché Gesù, il lei, si è regalato totalmente. Se notiamo i verbi con i quali l'evangelista delinea l'atteggiamento di quella donna ci accorgiamo che sono tutti linguaggi affettivi, linguaggi di una persona che è stata lentamente penetrata da una Presenza che non può non regalare tutta se stessa a questa persona. Dall'afferrare i piedi legati al baciarli con intensità, (non è l'intensità di un rapporto interpersonale fisico?) alle lacrime, che sono la sintesi di amore e di tristezza, di povertà e di accoglienza di una richiesta. Gesù non deprime mai le persone.

L'incontro che abbiamo con Gesù, se guardiamo attentamente, non è un incontro in cui diciamo i nostri peccati, sono tutti già nel file della Santissima Trinità, ma gli regaliamo la nostra persona ricca di riconoscenza perché lui è il tutto. Quando uno si sente amato in pienezza non ama a tempo parziale, quando uno si sente amato in pienezza si regala, come forma di riconoscenza a chi l'ha amato intensamente. Il perdono dei peccati lo gusta solo chi canta la gratitudine della sua persona che si è lasciata innamorare da Gesù. Quella donna vive esattamente l'area di influenza dell'amore di Gesù. Allora, ci accorgiamo che la bellezza del perdono non è quello che faccio io, la bellezza del perdono è un canto di un cuore che gratuitamente si lascia amare. Quando l'uomo entra in questa gratuità l'unica risposta non sono le parole, l'unica risposta è la propria persona che si riconsegna alla persona che lo ama. Qui intuiamo la bellezza e la profondità del perdono.

Il perdono è creare l'uomo nuovo.

Evidenziato tutto questo con un'espressione abbastanza paradossale, ma che ritraduce in modo concreto quello che il Vangelo ci offre: cantare i nostri peccati che è cantare la gratitudine di un amore ineffabile.

I cristiani non pensino più a “cosa vado a dire”, che stoltezza! Ma vado a lasciarmi amare in una dimensione relazionale che rende l'uomo gioioso. È molto bello il racconto del Vangelo: quella donna è perdonata non perché ha amato, ma -la frase di Gesù con la quale conclude il Vangelo- "La tua fede ti ha salvato", il coraggio di spalancare la tua persona alla mia persona. Il linguaggio del perdono e nient'altro che un semplice linguaggio di gioiosa relazione: un cuore innamorato che apre la propria persona alla fonte della vita, che si sente così animato interiormente da regalarsi. Dovremmo chiederci se, quando celebriamo il sacramento della penitenza, siamo l'elenco morale-giuridico o siamo il linguaggio amoroso che si riconsegna alla fonte dell'Amore. In quel momento avvertiamo che il sacramento non è quello che dico, ma il sacramento è dire con tutto noi stessi la gioia di un Altro che invade la nostra esistenza.

Quando l'uomo vuole avvertire in verità il senso del perdono sa esattamente che la pienezza del perdono è la gioia di far abitare un Altro in noi. Allora intuiamo come Gesù (Paolo lo ha detto molto bene) vuole entrare talmente in noi da trasfigurarci per cui, uscendo da qualunque mistero celebrato, dovremmo dire con Paolo "non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me", Lui mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

Diversamente che differenza ci sarebbe tra il sacramento della penitenza e una seduta psico-analitica?

Credo che sia importante entrare in questo mistero e quando l'uomo vive la luminosità di questa presenza sempre la sua vita è straordinariamente rifatta.

Non è l'eucaristia che stiamo celebrando?

Il fascino di Gesù ci ha chiamati a questa eucaristia e la gestualità della donna è la nostra gestualità nell'accostarci ai divini misteri. In quel pane e in quel vino sentiamo l'amore ineffabile di Dio che fa nuova tutta la nostra persona.

In questo orizzonte l'essere perdonati è cantare la bella espressione di Gesù dell'Apocalisse: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" o, come Paolo, "le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove".

Nell'atto nel quale siamo amati da Dio non c'è né passato né futuro, si gusta la fecondità del presente.

Questa è la bellezza cui Gesù ci invita questa mattina per essere creature che cantano sempre; anche con le lacrime cantano sempre, perché si sentono amati in modo meraviglioso e in modo così ricreativo da essere uomini e donne ricchi sempre di tanta speranza.
 
 
 
 
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